A un gruppo di americani e a un gruppo di italiani è stato mostrato lo stesso uomo di trentacinque anni.
Per metà delle persone aveva l'agenda piena, lavorava sempre, non si fermava mai. Per l'altra metà conduceva una vita tranquilla, con del tempo per sé. Poi è stata fatta a tutti la stessa domanda: chi dei due ti sembra più importante?
Gli americani hanno scelto quello sempre occupato. Gli italiani hanno scelto l'altro.
È uno studio di tre ricercatori di Columbia, Georgetown e Harvard, pubblicato sul Journal of Consumer Research, e si intitola come una diagnosi: il consumo vistoso del tempo.
Un secolo fa era esattamente il contrario. Thorstein Veblen aveva descritto una classe agiata che mostrava la propria posizione non facendo niente: il lusso era l'ozio, e chi doveva lavorare stava sotto.
Da qualche parte lungo la strada, in America, quella cosa si è ribaltata. Adesso è l'agenda piena a dire che vali: se sei richiesto vuol dire che sei bravo, se non ti fermi mai vuol dire che qualcuno ha bisogno di te. Lo studio lo dimostra bene, perché le persone non lo dicono a parole, lo fanno senza accorgersene. Basta far leggere due profili e chiedere chi è più importante.
Silvia Bellezza, che ha firmato la ricerca, spiega la differenza così: in Italia è quasi come se avessi diritto al tempo libero, mentre in America il lavoro è la cosa che definisce una persona. Fa anche l'esempio di agosto, che qui ci si prende e da cui ci si aspetta di tornare riposati, cosa che altrove suona quasi come una confessione.
Mi ha colpita perché è il tipo di cosa che non ti accorgi di avere. Non è pigrizia e non è arretratezza. È un'idea diversa di che cosa rende una vita riuscita, e ce la portiamo dietro da così tanto tempo che ci sembra ovvia. Non lo è: è una posizione, ed è minoritaria nel mondo.
E la stiamo imitando. Prova a farci caso per una settimana, e conta quante volte senti dire «non ho tempo» con una piccola punta di orgoglio dentro, come se fosse una medaglia e non un problema. Non è sempre stato un motivo di vanto. Quello che stiamo importando non è un ritmo di lavoro, è un metro di giudizio, e si prende le cose una alla volta senza chiedere permesso: prima la mail letta la domenica, poi il pranzo davanti allo schermo, poi la colazione in piedi.
Io quella differenza l'ho vista da vicino. A Londra lavoravo da Christie's, e la giornata era misurata in lotti d'asta: sapevo quanto durava un lotto e se avevo il tempo di andare in bagno prima del cliente successivo. Il pranzo era mezz'ora, fuori, dalle parti di Green Park.
Eppure la sveglia suonava sempre un'ora prima di uscire. Caffè, una ciotola di granola col latte, un po' di silenzio in casa mia. Non stavo rallentando la giornata, quella correva uguale: mi stavo tenendo un pezzo che era mio prima che cominciasse.
Oliver Burkeman ha scritto un libro che si intitola Quattromila settimane, perché quattromila settimane è all'incirca la durata di una vita umana. Ottant'anni, contati in settimane, fanno un numero che sta in una riga. La sua tesi è che nessuna tecnica di organizzazione le allunga: puoi ottimizzare quanto vuoi, non arriverai mai in fondo alla lista, perché la lista si allunga da sola ogni volta che ne togli una riga.
Sembra una brutta notizia e invece è una liberazione, perché sposta la domanda. Non è più come trovare più tempo, che è una domanda senza risposta. Diventa: a che cosa vale la pena darlo, quello che c'è.
E a quella domanda non serve rispondere tutta insieme. Si può cominciare da un pezzo solo di giornata, e la mattina presto è il più semplice di tutti, perché non c'è ancora nessuno che ti chiede niente.
Io ho cambiato solo quello. Prima mangiavo in piedi con il telefono in mano, sette minuti. Adesso sono almeno quindici, seduta, e certe mattine diventano mezz'ora, con il telefono dall'altra parte della cucina. Non ho guadagnato tempo, ne ho speso di più. Ma quei minuti me li ricordo, e i sette di prima no.
È un cambio piccolo e un po' ostinato. Apparecchiare anche per una persona sola. Versare la granola in una ciotola vera invece di mangiarla dalla busta. Guardare fuori dalla finestra invece che dentro alle notifiche. Non c'è niente di spirituale: è decidere che quei minuti contano, e poi trattarli come se contassero. È anche l'unica parte della giornata su cui non devo chiedere il permesso a nessuno, e sospetto che valga anche per te.
Per questo mese ho messo insieme la Slow Morning Box: quattro confezioni da 240g, Cacao & Datteri, Anacardi & Nocciole, Cocco & Cannella e il Porridge Energia, una per ogni mattina in cui non hai voglia della stessa cosa di ieri. Costa un po' meno che prenderle singole, e toglie di mezzo la parte più noiosa del mattino, che è decidere.
Take your time. Al resto della colazione pensiamo noi.
Fonti. Silvia Bellezza, Neeru Paharia, Anat Keinan, Conspicuous Consumption of Time: When Busyness and Lack of Leisure Time Become a Status Symbol, Journal of Consumer Research, vol. 44 n. 1, 2017, pp. 118-138. Il confronto fra il campione italiano e quello americano e le parole di Silvia Bellezza sono ripresi dall'articolo Busy? You Must Be Important della Columbia Business School. Thorstein Veblen, La teoria della classe agiata, 1899. Oliver Burkeman, Quattromila settimane, 2021.